Mozzafiato

dal 29 giugno 2019

I miei lavori sono pensati per divertire, annoiare,
sconcertare, confondere e ispirare la riflessione.
Man Ray

L’arte è un purissimo velo.
Alda Marini

Ironico, autoironico, irriverente, sfrontato, insolente, questi e tanti altri gli aggettivi che possono essere usati in merito al suo lavoro. Di certo Dario Agrimi segue da tempo e con costanza un percorso coerente, in cui affronta problematiche di grande rilievo e di scottante attualità, che agitano il mondo contemporaneo, difficili da definire e soprattutto molto complicate da risolvere. L’artista si limita ad additarle, senza voler indicare soluzioni. Lo fa senza supponenza, a volte anche con un filo di cinismo. Non va dritto al cuore dei problemi, ma ci si avvicina lateralmente, lascia che allo stupore del primo impatto con le sue opere si sostituisca piano piano, in chi guarda, la consapevolezza delle criticità, l’assunzione di responsabilità, la ricerca di rimedi praticabili. Così, il sorriso che suscitano a prima vista molte sue opere, frequentemente lascia il passo a un pensoso silenzio.

Un Nazareno improbabile

Dubito fortemente che Dario Agrimi possa entrare nel cast di un eventuale remake di Jesus Christ Superstar, il cult movie diretto da Norman Jewison nel 1973. Certamente, sa benissimo anche lui che non basta mettersi addosso qualcosa come sette o otto metri di tela bianca e farsi fotografare mentre allarga le braccia in segno di accoglienza per meritarsi il ruolo del Salvatore. Del resto basterebbe già l’espressione palesemente beffarda del suo viso a sabotare irrimediabilmente qualsiasi chance di essere cooptato come protagonista del film.

La povertà come destino

Il suo viso è nascosto, ma l’atteggiamento del corpo della mendicante dà conto di una vita di stenti, di un destino che ha piegato il fisico e l’animo, rendendo vana ogni speranza di riscatto. Per un attimo ci auguriamo che si tratti di una figurante, persino di una falsa mendicante, quasi vorremmo vederla alzarsi, infilare in una borsa gli stracci sporchi che indossa e andare via con abiti decenti. Non sarà così, purtroppo. Quella donna costretta a chiedere l’elemosina, rimarrà lì a ricordarci che le diseguaglianze sociali oggi si sono aggravate, che il benessere di pochi ha come contraltare il disagio di tanti.

La bellezza ferita

Alla leziosa statuina di Capodimonte con il braccio spezzato e sanguinante Agrimi affida un messaggio potente. Non ha tentato di ricostruire l’arto mancante, ma ha dato al sangue il compito di ricordarci che la bellezza sfregiata non sempre è recuperabile, che l’arte va protetta da insidie di ogni tipo, non solo dai disastri naturali, ma anche e soprattutto dalle azioni insensate degli uomini, dalla damnatio memoriae, dalle censure di qualsiasi genere.

Neri tutti

La folla di statuine dipinte di nero – uomini, donne, bambini – riunita da Agrimi allude attraverso la metonimia al fenomeno delle migrazioni. In ogni epoca gli uomini si sono spostati da un’area all’altra del pianeta, da un continente all’altro, alla ricerca di migliori condizioni di vita, in fuga da calamità naturali, guerre, povertà. Neri, in realtà, siamo stati in altri tempi, non troppo lontani, anche noi. La storia del Novecento ci insegna, infatti, che tanti italiani provenienti da zone povere della penisola si sono spostati in Europa o oltre Atlantico per trovare lavoro, in fin dei conti per sopravvivere. Neri, ma non solo, sono coloro che oggi attraversano il Mediterraneo rischiando la vita o intraprendono il lungo e doloroso cammino attraverso la rotta balcanica, per giungere in Europa.

Senza via d’uscita

Di fronte alle mani maschili saldamente aggrappate all’orlo di un vaso, il pensiero corre alla novella di Luigi Pirandello intitolata La giara. Ci ricorderemo di Zì Dima Licasi, l’artigiano rimasto intrappolato nella grande giara che, per conto di don Lolò Zirafa, stava restaurando. Se la surreale diatriba tra i due si risolveva a favore di Zì Dima, Agrimi suggerisce, invece – attraverso il titolo La fede è la soluzione più semplice – ben altro finale alla vicenda del proprietario delle mani, facendo del vaso la metafora del disagio esistenziale di molti individui, dell’impossibilità di uscire da situazioni drammatiche, dell’accorata e spesso inascoltata richiesta di aiuto di chi è in difficoltà.

Altre opere figurano in mostra, alcune in parte improntate da quella componente narcisistica che ogni tanto prende il sopravvento nel suo lavoro, altre originate dalla sua rodata attitudine al calembour, dalla sua capacità di dare concreta sostanza a modi di dire. Con l’obbiettivo – come sempre – di sostituire all’ovvio l’inatteso, manipolando le immagini allo scopo di creare in chi guarda perplessità, a volta addirittura vero e proprio imbarazzo, gettando nello stagno dell’indifferenza tante piccole pietre nella speranza che creino grandi cerchi nell’acqua. Che diano cioè motivi per pensare e, di conseguenza, spinte ad agire in qualche maniera per cercare di rendere questo mondo un luogo più ospitale e più giusto. “L’arte non è ciò che vedi, ma ciò che fai vedere agli altri” affermava del resto Edgar Degas.

Crediti fotografici:
© Marino Colucci / Sfera
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